Accordi Internazionali "STRETTI"

  

Siamo tutti più o meno consapevoli della situazione economica in cui versano molti paesi in via di sviluppo; almeno una volta ci siamo ritrovati a pensare a come sia possibile che essi non riescano a riscattarsi nonostante gli accordi commerciali raggiunti con i paesi più ricchi. Tutti, africani e non, abbiamo criticato i leader politici di questi paesi per la loro poca preparazione e/o l’indifferenza verso i problemi dei loro stati. Quanto in realtà sono proprio questi accordi a vincolare glii stati e limitare le politiche nazionali? Quanto le convenzioni sono il frutto di negoziazioni tra pari? 

Questi e altri punti dovrebbero tutti meritare la nostra considerazione, non per cercare delle scuse ma bensì per avere un quadro più chiaro e completo con cui analizzare i fatti. Per ora limitiamoci all’Accordo di Cotonou e alla cosidetta “clausola diritti umani” presente negli accordi internazionali tra l’ Unione Europea e gli Stati terzi.

Cos’è l’Accordo di Cotonou? In cosa consiste questa clausola?

Questa denominazione si riferisce all’ultimo accordo tra l’Ue e i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (i paesi ACP) risalente al 2000 e in vigore fino al 2020; questo sostituisce i precedenti di Lomé. Come recita EUR–Lex, “Gli obiettivi principali dell'accordo sono la riduzione e, in prospettiva, l'eliminazione della povertà e la progressiva integrazione dei Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) nell'economia mondiale, nel rispetto degli obiettivi dello sviluppo sostenibile.” Lo stesso sito europeo riconosce il peso politico dell’accordo, come mezzo attraverso il quale consolidare l’immagine di protettore dei diritti umani dell’UE, come strumento per l’affermazione di principi democrazia e come framework per le strategie di cooperazione.
La realtà dei fatti è che il campo di applicazione di questo convenzione si estende molto oltre l’ambito strettamente commerciale e le implicazioni sono piuttosto pesanti per i paesi ACP. Con la “clausola diritti umani” introdotta per la prima volta all’art. 5 della IV Convenzione di Lomé del 1989 e le sue successive evoluzioni, l’Ue può unilateralmente sospendere gli accordi e applicare delle sanzioni in caso di violazione dei diritti umani e dei principi di democrazia. È anche interessante riflettere sul fatto che in questi anni ad aver subito questo trattamento sono soprattutto paesi africani e non altri “altrettanto meritevoli” come ad esempio la Cina. 

È possibile parlare di vade mecum unilaterale per giustificare l’ingerenza negli affari interni di questi stati? Moltissimi elementi potrebbero portarci ad elaborare un pensiero simile. Innanzitutto, l’ambito culturale di elaborazione di questi diritti è quello Occidentale e la validità per la totalità della comunità internazionale è oggi ancora dibattuta. Il fatto che l’UE abbia aderito alle Convenzioni del Consiglio d’Europa giustifica questa imposizione? Inoltre, tra le “questioni laterali” che la clausola troviamo l’uguaglianza tra uomini e donne, la gestione sostenibile delle risorse naturali e dell’ambiente ed infine lo sviluppo istituzionale e il potenziamento  delle capacità (cfr bibliografia). 

Questi sono elementi che vanno molto oltre il semplice accordo commerciale e al mero dialogo politico. Si potrebbe parlare di un’evoluzione del vecchio paternalismo coloniale?  

A voi il giudizio!

Ada per Arising Africans

BIBLIOGRAFIA

http://bit.ly/1KZLNtH
http://bit.ly/1TfExkJ
http://bit.ly/1NlqDq4







aug10

Leave a Reply

Comment Form is loading comments...