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John Mpaliza: incontro con il peace walking man


 
  
   All’ origine di tutto altro non vi è se non l’ acerrima lotta legata all’ accaparramento concorrenziale di quello che, in termini edulcorati, è spesso indicato come la salvifica “sabbia nera”. In termini tecnici, meglio noto come coltan.
Avete presente quel minerale, frutto della combinazione tra colombite e tantalite? Ma si, proprio quella “piccola” componente essenziale al funzionamento di ormai ogni dispositivo elettronico, di nostro uso ed abuso giornaliero. Bene: vi siete mai interrogati sul costo che questi ha non in termini meramente finanziari,  bensì in termini squisitamente umani? Proprio così: perché è bene che si sappia come negli anni l’estrapolazione terriera di questo minerale abbia provocato all’ incirca 5 milioni di morti nella sola Repubblica Democratica del Congo. E sapete perché? Ben l’ 80% dell’ attuale coltan in circolazione, risiede in Congo: ciò ha fatto si che le principali multinazionali arrivassero con lo storico tempismo che le contraddistingue,  a monopolizzare l’ area, per mezzo di un abuso esclusivo del sottosuolo e della stessa popolazione civile, in qualità di manodopera. Manodopera poi… schiavi del futuro 2.0 sarebbe il termine più appropriato: difatti il coltan contiene una componente di uranio. Materiale questo radioattivo, il quale in caso di diretto contatto (cosa che nelle miniere congolesi è praticamente inevitabile: ricordiamo che l’ estrazione è effettuata a mani nude… e prevede anche l’ impiego di manodopera minorile, può provocare forme tumorali dalla natura più diversa, nonché  impotenza sessuale.

   Come facilmente immaginabile, è questo un fenomeno che ha potuto consolidarsi assumendo poi  tali proporzioni anche grazie a vere e proprie tecniche di terrore collettivo che i miliziani mettono in opera nei confronti della popolazione impiegata nella raccolta: così, giusto per sottolineare tra uno stupro e l’ altro, e la minaccia di seppellirti vivo nelle polveri della miniera, chi ancora, chi da lunghi decenni, detenga  il coltello dalla parte del manico.
 E come non si muove foglia che Nokia, Sony o Eriksson non voglia: sono difatti questi i principali partner internazionali impelagati in tale commercio. Tuttavia, è ancora estremamente difficile arrivare ai nomi di tutte le società acquirenti del coltan, e ciò a causa della presenza di innumerevoli intermediari collocati in giro per l’Europa. E così, la maledizione del bulimico progresso africano continua: una terra il cui sottosuolo si nutre delle innumerevoli ricchezze naturali che è in grado di offrire ma che, una volta venite fuori, vengono preventivamente sequestrate…per andare a sancire il Benessere di pochi. Di questa particolare situazione, dell’ ormai storico decennale dramma congolese, ne abbiamo parlato con John Mpaliza: congolese di nascita ma italiano d’adozione, meglio noto come “Peace Walking Man”. Le sue marce sono ormai diventate famose tanto dentro quanto fuori i confini nazionali, per la loro portata valoriale: sono lo strumento che John utilizza da 5 anni a questa parte per denunciare la tragedia del suo Paese d’origine. Quella che segue è dunque il testo dell’intervista fatta a chi, avendo attraversato il dramma da dentro, è riuscito ad utilizzarlo come strumento di rinascita interiore: il Dramma come un vero e proprio seme, attraverso cui far germogliare un nuovo percorso africano. L’ esperienza di un africano, per tutti gli africani.

JOHN MPALIZA: DOMANDE E RISPOSTE

1)    COME NASCE LA VOLONTA’ DI UTILIZZARE LA MARCIA COME STRUMENTO DI DIVULGAZIONE E DENUNCIA DEI DECENNALI CRIMINI COMMESSI A SCAPITO DELLA POPOLAZIONE CONGOLESE?

 Perché ho pensato che partire da Reggio Emilia (dove attualmente risiedo) a Roma, o  da Reggio Emilia a Bruxellese in macchina o in aereo, avrebbe significato arrivare al Parlamento Europeo (dove tralaltro sono stato anche ricevuto) ma, una volta  uscito magari anche con una pacca sulle spalle di consolazione, sarebbe finito tutto li. Non incontro nessuno e questo “partire dall’alto”  è il modo sbagliato per fare, per lavorare; mentre invece “partendo dal basso” ho iniziato ad incontrare  la gente, e mi sono reso così presto conto di come  il sistema più facile per realizzare tale progetto  sarebbero stati  i miei piedi. E fu così che un giorno mi ritrovai a pensare : “Cavolo John, hai tutto! Hai  i piedi, hai  la salute, perché non sfruttarli al massimo?” Ma la cosa assolutamente imbattibile di questo sistema, e il tempo che mi concede e mi riconosce… E la lentezza è tutto: nonostante vada anche lentamente, non riesco neanche a visitare tutti i posti, però riesco preventivamente a realizzare degli incontri nelle scuole, nelle università, nelle chiese, con i Comuni… in tal modo riesco a comunicare di più. Riesco a conoscere ed incontrare nuovi territori, nuove realtà. E’ un mezzo secondo me molto potente,  dal momento che  ti permette di comunicare davvero con tutti. 

2)    IN PIU’ DI UN’OCCASIONE HAI AVUTO MODO DI SOTTOLINEARE COME QUESTO TUO PARTICOLARE STRUMENTO DI DENUNCIA SIA RISULTATO  (SPECIALMENTE ALL’ INIZIO DEL TUO PROGETTO) DI DIFFICILE ACCETTAZIONE, RILEGATO PER LO PIU’ AD UNA DIMENSIONE FOLKLORISTICA. RITIENI CHE, DA 5 ANNI A QUESTA PARTE,  LA PROSPETTIVA E LA SENSIBILITA’ VERSO LE TUE MARCE? E SE SI, COME?

Sarò sincero: all’ inizio è stata dura! Descrivermi come un povero matto, era comune prassi. Ma ti dirò di più: quando sono stato accolto in Senato, ebbi modo di rincontrare una senatrice che già, l’anno prima, era stata presente alla marcia di partenza da Reggio Calabria a Reggio Emilia. Fu allora che ad un certo punto, finalmente ammise: “quando vidi John per la prima volta, pensai subito : ma quel matto? Chi sarebbe? E poi, i miei collaboratori mi dissero che era proprio l’attivista che stavo aspettando, con cui avevo appuntamento. Se non me lo avessero detto loro, non l’ avrei mai immaginato. Non ci avrei mai creduto”. Ma alla fine, non aveva mica tutti i torti: perché girare sotto lo pioggia battente, sotto il sole cocente, a discapito di ogni condizione atmosferica, non è una cosa del tutto “normale”, o perlomeno diffusa… ma poi la gente ha iniziato a capire che dietro ma soprattutto oltre l’aspetto folkloristico vi è un messaggio, e ciò ha fatto si che negli anni si unissero a me, in queste infinite marce, centinaia di persone. Vorrei aggiungere un’ultima cosa: sono un uomo particolarmente fortunato, dal momento che in questi anni ho potuto contare sulla collaborazione e la sensibilità di molti, a partire dal comune di Reggio Emilia (tutte le mie marce partono da Reggio), la Scuola di Pace di Reggio, il centro missionari, e l’ Associazione Libera…e tante altre realtà che sapendo preventivamente del mio passaggio in quei determinati luoghi, predispongono veri e proprio eventi (in)formativi destinati interamente ad informare il maggior numero di persone possibili, in merito al decennale dramma che affligge, ora come non mai, la popolazione congolese.

3)    E PER QUEL CHE CONCERNE LA PRINCIPALE RAGIONE DEL TUO ATTIVISMO? DA 5 ANNI A QUESTA PARTE E’ MUTATA LA SENSIBILITA’ POPOLARE RISPETTO AL DRAMMA CONGOLESE?
Decisamente: da 5 anni a questa parte è cambiato tutto. E ti dico di più: 5 anni fa intorno all’attuale situazione congolese vi era una consolidata indifferenza;  5 anni fa nemmeno ci si immaginava cosa fosse il coltan e quali fossero le sue implicazioni sociali; 5 anni fa quanto parlavi delle milioni di morti congolesi, ti ridevano dietro. E’ stato soltanto grazie ad un lungo lavoro collettivo, da parte delle più diverse realtà di attivismo sociale, che in Italia ed in Europa un numero di persone sempre più crescente è venuto a conoscenza di questa tragedia tutta africana. Si è creata una vera e propria rete, che da Reggio Emilia, Padova, sino a Rovereto o Roma mi ha fatto convincere del fatto che vi è finalmente un sano attivismo dinamico su questo fronte e che,  in definitiva, la marcia è stata lo strumento divulgatore giusto : non potevo scegliere meglio.

4)    INSOMMA, TUTTO PROMETTE BENE JOHN…
Si, decisamente! Ma è comunque  innegabile che questa particolare iniziativa comprenda anche dei costi…le fatiche ci sono, eccome se ci sono, e non posso pensare di essere arrivato…e forse non arriverò nemmeno mai. Bisogna quindi continuare a lottare, alzare il livello di accessibilità delle sfide, ma nonostante ciò posso dire che l’ essere chiamato ad incontrare 10-15 scuole in una settimana (per cui più o meno due-tre scuole a mattina), è sinonimo del fatto che stiamo percorrendo la giusta direzione : stiamo per davvero rivoluzionando un Sistema che pareva prima senza oppositori, qualcosa di pratico ed efficace la stiamo facendo per davvero. In Italia così come in Europa (Olanda e Belgio in primis). Spesso le persone con cui mi interfaccio tendono a domandarmi: “ma John, tu che risultati concreti hai ottenuto con questo tuo attivismo?”… e a me piace così ricordare come nel 2012 quando siamo giunti al Parlamento Europeo di Strasburgo richiedendo la tracciabilità dei minerali, e dopo tre anni l’ Europa si è mobilitata e attualmente ci sta lavorando.  Le Istituzioni ci mettono il loro tempo, ma noi attivisti insistiamo molto: magari non siamo del tutto capaci di vedere risultati immediati ma lavoriamo sul Futuro, per le generazioni a venire. Per cui i “piccoli” ma al contempo enormi risultati sono anche e proprio questi, il vedere il crescendo di sensibilità da parte delle scuole, delle Istituzioni e della Società civile tutta.

5)    VORREI ORA PORTI UNA DOMANDA UN PO’ PIU’ POLITICA : MA SECONDO TE, E’ REALMENTE POSSIBILE LA PACE ALL’ INTERNO DI UNA REALTA’ GEOGRAFICA (QUAL E’ QUELLA CONGOLESE) IN CUI SI INTRECCIANO COSI’ TANTI INTERESSI CONVERGENTI? E SE SI, IN QUALI TERMINI E IN QUALI FORME? DOVRA’ ESSERE UNA PACE CHE VEDA I CONGOLESI TUTTI  PROTAGONISTI ASSOLUTI O DOVREMMO, ANCORA UNA VOLTA, ACCONTENTARCI DELL’ ASSISTENZIALIMO INTERNAZIONALE E QUINDI DI PACIFICAZIONI IMPORTATE DA FUORI?

La Pace deve necessariamente ed unicamente consistere in un moto interiore: i cittadini congolesi, i cittadini dell’Africa tutta, devono imparare che il segreto della stabilità sta dentro di essi, sta dentro al Congo, sta dentro all’ Africa. Allo stesso tempo credo fortemente  che sia possibile ritornare alle origini, perché siamo partiti da una situazione priva di guerra, e li si può e si deve necessariamente ritornare. Ti do solo un esempio: c’è un Paese, l’Angola, che ha conosciuto una guerra sanguinosissima successivamente alla decolonizzazione prima, e all’approvvigionamento petrolifero poi. Una guerra durata 26 anni, con più di un milione e mezzo di vittime e quattro milioni di profughi…fatto sta che dopo di essa, l’ Angola è riuscita a rialzarsi e adesso può considerarsi un Paese africano quantomeno pacifico. La Pace, la vera pacificazione non è impossibile. Vi è però un problema: tra Congo, Rwanda e Burundi vi è una situazione che definire esplosiva è decisamente riduttivo, e le cui implicazioni e conseguenze non possono di certo essere rilegate e ricondotte ad un unico Paese. Ciò fa si che sia necessaria, specialmente per la Regione dei Grandi Laghi,  quella che io definisco una “pacificazione all’ africana” : una pacificazione che prenda esempio dall’ esperienza del Sudafrica. Una pacificazione che parta quindi da un moto interno, insito alla popolazione tutta: la soluzione non è mai straniera, la soluzione è e può essere solo interna.

6)    ARRIVATI A QUESTO PUNTO DELL’ INTERVISTA, VORREI PORTI UN’ULTIMA DOMANDA… O MEGLIO, VORREI CONFIDARTI UNA PICCOLA CONSIDERAZIONE: COME SI FA A “VIVERE DI MARCE”? COME RIESCI A FAR FRONTE A TUTTI GLI INEVITABILI COSTI CHE QUESTO TIPO DI MISSIONE TI RICHIEDE?

Guarda: è una domanda del tutto lecita e che in più occasioni mi hanno posto. Gran parte delle spese è coperta dal guadagno che avevo col tempo messo da parte dopo diversi anni di lavoro. Per cui se da una parte provvedo io stesso a far fronte a questa esigenza, dall’ altra parte il merito è anche di tutti coloro i quali non appena sanno di un mio futuro passaggio sul loro territorio, sono disposti ad ospitarmi. Per cui nel caso sciagurato in cui dovessi ritrovarmi in emergenza, posso contare sulla rete di contatti che negli anni ho realizzato: anche in queste circostanze, ho sempre potuto contare sulla sincera cooperazione e generosità di tutti i compagni di viaggio e di tutte le persone che credono in questo progetto. Per cui: ce la si fa. E’ difficile…ma si può decisamente vivere di poco.


Sara Akayesu Carucci
   
   













Feb26

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