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PADOVA 4 BURUNDI ATTO II: STOP THE SILENCE, 9 GENNAIO 2016


 “Il dissenso all’inizio era pacifico, poi è stato represso brutalmente. E’ stato allora che da pacifico è diventato armato e ora violento. La situazione in Burundi è terribile. La vita di chiunque si opponga a Pierre Nkurunziza è in pericolo. I civili vengono ammazzati senza ragione, le sedi delle stazioni radio indipendenti bruciate, il rumore di spari e granate è diventato una costante in città. E i bambini stanno sopportando il peso di questa carneficina".

  “Il giorno in cui daremo alla nostra gente il compito di terminare il lavoro, tutto sarà finito e vedrete che cosa succederà : dovete fare tabula rasa, dovete sterminare questa gente buona soltanto a morire. E’ un ordine, andate!”.

Quella sopra riportata è una dichiarazione rilasciata giusto qualche mese fa, dal vigente presidente del Senato burundese, Reverien Ndikuriyo.  Un lessico che nella sua essenziale brutalità fa ancor rivivere quella che fu la tanto drammatica quanto ignorata stagione dell’ aprile centrafricano di ventuno anni fa. Un tono tanto diretto da essere inequivocabile segno della sicurezza operativa che concede al regime del neo rinnovato Presidente Pierre Nkurunziza la libertà all’ autorizzazione di nuove campagne di “pulizia” e di messa a lavoro per purificare il Paese dai “parassitari nemici della Nazione”. Una sicurezza operativa questa avente origini ben  profonde, che affondono essenzialmente nell’ inerzia e nell’ imbarazzante immobilismo che hanno  caratterizzato, per la maggiore, la condotta tanto dell’ Unione Africana quanto della Comunità Internazionale: solo recentemente e, con non poca timidezza, queste si  sono esposte tramite  dei modesti quanto impacciati esposti, nei quali indicano Nkurunziza come diretto responsabile di crimini umanitari.

Tuttavia, una volta assodati due concetti basilari (parlare di Burundi è considerato al quanto out e non sufficientemente trendy  da una considerevole componente del mondo dell’ attivismo civico internazionale… e  tristemente più di quanto ci si possa immaginare; la Comunità Internazionale con i suoi organi operativi non ha mai particolarmente brillato, rispetto alla realtà africana, di un particolare tempismo operativo) c’è da dire che silenziosamente qualcosa paia muoversi e, come sempre, il riscatto umanitario parte dal basso : solo cinque giorni fa, lo scorso sabato 9 Gennaio, la città di Padova è stata nuovamente scenario delle manifestazioni di solidarietà al popolo burundese provenienti dalla neo nata comunità “Padova 4 Burundi: Black Lives Matter”.

 Un sit-in, un semplice raduno capitato non certo casualmente: esattamente 3 mesi prima lo stesso gruppo si era fatto promotore dell’ omonima iniziativa che, patrocinato da Oxfam Italia, aveva portato alla raccolta di fondi indispensabili per il sostentamento dei profughi burundesi ospitati nel campo profughi tanzaniese di Kigoma. In quest’ ultima occasione la volontà era invece quella di metter in luce come ad appena  tre mesi di distanza dall’ evento dello scorso 9 Ottobre 2015, la situazione nel minuscolo Paese centrafricano non fosse cambiata di una virgola. Anzi, se possibile, risulta ulteriormente degenerata : in ragione di azioni di rastrellamenti ed epurazioni nei riguardi di soggetti ritenuti eversivi, o presunti tali, rispetto  all’ imposto diktat di Nkurunziza. 

Un regime i cui metodi fasciati hanno prodotto in soli 7 mesi  500 vittime e  più 300.000 profughi, stipati per lo più nei campi d’ emergenza allestiti nel vicino Rwanda e in Tanzania. Qui sotto alcuni scatti di una giornata in cui si è voluto ricordare, ancora una volta, che il silenzio rende complici a pieno titolo, senza distinzioni di colpi… e che si, BLACK LIVES MATTER.
 

Sara Akayesu Carucci (Collaboratrice) 



jan15

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