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Rwanda 22 anni  dopo: la guerra dentro casa e il coraggio delle parole


  
Se vi chiedessi così, su due piedi, in cosa eravate affaccendati alle ore 10:29 del 11/09/2001 son certa che la maggior parte tra voi avrebbe già la risposta pronta. Li : sulla punta della lingua. Io ad esempio ho un vivo ricordo di quanto mi affliggeva in quella giornata: era il mio primo giorno di scuola e, giusto per non farmi mancar nulla, passai le 24h successive in pronto soccorso. Mi ero letteralmente sfracellata il mento a seguito di un brutto incidente domestico e, fu cosi che da li a breve mi sarei ritrovata In compagnia di un padre più ansiogeno che mai e di un medico di primo intervento sadico al punto tale da non avermi anestetizzato nemmeno un po’, prima di rammendare quel che rimaneva del mio povero mento.

 Quanto stava accadendo oltre le porte del Santissima Annunziata di Taranto lo scoprì solo in seguito: quando una volta giunta a casa compresi, a malincuore, che la notizia del mio infortuno non sarebbe stata questione di esclusive disquisizione familiare. Almeno non in quella giornata. E per quella successiva ancora.

E se vi chiedessi ora, con altrettanto fare pretenzioso in cosa eravate affaccendati alle prime luci dell’ alba del 06/04/1994, son certa che molti fra voi cadrebbero dal pero. E anche scavando nelle memorie più profonde trovar risposta sarebbe impresa assai  ardua. Io che all’ epoca ero ancora un progetto ideale ho avuto serie difficoltà, perdurate sino al mio più recente passato, nel trovare spiegazione a quella che sembra esser stata da quel giorno di aprile sino a luglio dello stesso anno, un’ improvvisa amnesia storica equamente spartita in tutto quest’ Occidente. Una risposta, sono riuscita a trovarla solo recentemente, in un modo che definire fortuito è ben poca cosa: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità : come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere”. Il buon Calamandrei ha sempre ragione. Un “genocidio non troppo importante” : così è stato ultimamente definito da un giornalista belga. E mai epiteto fu più azzeccato: 800.000 e forse più sono i morti che il genocidio rwandese ha lasciato in eredità. 22 anni fa tutto ebbe inizio con un delitto di Stato: nelle ore successive che seguirono lo schianto del veivolo su cui viaggiavano l’ allora presidente rwandese Juvenal Habyarimana e l’ allora capo di Stato del Burundi Ntaryamira, l’ intero Paese ripiombò nella Tragedia di cui, da ventidue anni a questa parte, rinnova assiduamente la memoria.

La morte di Habyarimana fu la scusante attesa per mettere in atto una storica resa dei conti tra gruppi etnici i cui ancestrali dissapori mai erano stati del tutto sopiti. Quanto accaduto di lì in poi è impresso nella memoria ostinata dei protagonisti, il cui ricordo negli anni si è fatto testimonianza necessaria e mezzo di resistenza alla morte che colpì, da allora, anche (e specialmente, verrebbe paradossalmente da ammettere) isopravissuti.
Una resistenza questa che ha raggiunto anche me: che di quella guerra mai avrei potuto esserne testimone.

 Io di “Lei” non sapevo nulla e quel poco che negli anni crescendo ho potuto imparare, l’ ho appreso, fortuitamente captato,  attraverso i silenzi familiari : ho dovuto aspettare tempo ed anni prima che nella mia, di famiglia, se parlasse apertamente di quanto si consumò in quei 100 giorni di massacro. La mia conoscenza si era via via eretta sui rari discorsi e sulle sporadiche narrazioni di quelle giornate che negli anni mi erano state progressivamente impartite, senza tuttavia scalfire troppo un necessario equilibrio issato nel tempo: ho sempre avuto questa sorta di timore, inibizione e senso di smarrimento nel chiedere a mia madre di narrarmi perché all’ improvviso nella mia terra d’ origine la frontiera tra Bene e Male era stata abbassata al punto tale da giungere ad un momento di non ritorno. Volevo chiederle perchè i nostri morti non riuscirono allora come oggi a graffiare le coscienze dei più. Perché fummo considerati destinati in nome di chissà quale ineluttabile fato ad una fine tanto ignobile. Volevo: ma non l’ ho mai fatto. Il peso di questa storia nel corso degli anni l’ ho sempre avvertita come una non presenza che ha inevitabilmente finito col riflettersi profondamente sulla mia vita, sul mio attuale modo di concepire il mondo e di organizzare le relazioni quotidiane.

L’ attenzione nel calibrare, soppesare e commisurare le parole a seconda dei visi e delle storie che mi ritrovo difronte, è frutto di una sorta di allenamento familiare appreso negli anni e perfezionato con la regolare cadenza che allora come oggi, richiedono i primi giorni del mese di aprile. Perché “le parole sono importanti” come non mai in queste circostanze, quando l’ uso più o meno consapevole e strumentale di specifici termini piuttosto che altri, ha il Potere di distorcere il Passato e delegittimare la Resistenza attiva dei superstiti: ricordo allora l’ insofferenza continua che tedia mia madre ogni volta che i fatti del’ 94 vengono  riportati e rappresentati come fattispecie di una mera e barbara guerriglia civile. Le parole, il coraggio delle parole sono premesse fondamentali per impedire infidi atti di mistificazione e deresponsabilizzazione delle tragedie di ieri e di oggi.

Per quanto riguarda Lei, beh oggi nulla sarà più come prima: il tempo si è drasticamente fermato 22 anni fa in quello che si prospettava un comunissimo mese d’ aprile. Ma la speranza e a tratti fortuna di chi come me mai potette essere testimone oculare di quelle giornate è quella di debellare il dolore di allora: con uno sguardo nel passato per ricordare in fede quanto si consumò in quei giorni, e il cuore nel presente. Per non tradire la memoria ostinata di chi all’ epoca fu privato di tutto fuorchè della forza di imporsi ad un silenzio criminale ed assassino.

E non li si possono tradire.

Sara Akayesu Carucci

   













apr19

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